“Da attore ad attore” intervista a Fabrizio Pucci a Marina Guadagno. Tra teatro e doppiaggio uniti dall’amore.

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E’ un grande piacere ed un onore incontrare  per  la prima intervista di “DA ATTORE AD ATTORE”  Fabrizio Pucci e Marina Guadagno, che sono in scena in questi giorni al Teatro Stanze Segrete di Roma a Trastevere, con lo spettacolo di Giuseppe Manfridi “TI AMO MARIA” fino all’8 aprile, di  cui Fabrizio Pucci ne cura anche la regia.

Prima di passare ad alcune domande mi sembra doveroso presentare brevemente i nostri ospiti.

Fabrizio Pucci

Fabrizio Pucci è un bravissimo attore, regista,  doppiatore e anche direttore di doppiaggio e dialoghista.                                                                                                            Un curriculum importantissimo e ricco di esperienze teatrali ( con Aldo Trionfo, Roberto Guicciardini, Mario Scaccia, Nino Mangano, Sandro Sequi, Nando Gazzolo, Mariano Rigillo, Franco Però, Giancarlo Cobelli, Leone Mancini, Pippo Franco, Armando Pugliese, Tinto Brass, Marco Gagliardo, Enzo Siciliano, Ugo Gregoretti) e cinematografiche (Mauro Bolognini, Riki Tognazzi, Luciano Odorisio, Giuseppe Ferrara e Mariano Laurenti). Una delle voci più belle e riconosciute del doppiaggio italiano. Impossibile elencare tutti i suoi numerosissimi lavori  sia come doppiatore che come direttore, ma ricordiamo sicuramente alcuni  degli attori più importanti  a cui ha dato la sua voce: Hugh Jackman, Russell Crowe Brendan Fraser, Antonio Banderas, Gabriel Byrne, Bill Paxton, Billy Bob Thornton, Ron Moss, Wesley Snipes, Sam Neil.

Marina Guadagno

Marina Guadagno, compagna di Fabrizio non solo sulla scena e nel doppiaggio,(come attrice e dialoghista) ma anche nella vita come moglie, ha  avuto una importante formazione teatrale iniziata a soli 12 anni, che termina nel 1994 con il “Corso di Formazione per Attori Professionisti” organizzato dall’Accademia d’Arte Drammatica della Calabria, diretta da Alvaro Piccardi e Luciano Lucignani.  Ha partecipato a numerosi spettacoli teatrali, lavorando con importanti registi del panorama nazionale come Giorgio Albertazzi, Franco Però e Livio Galassi.  Nel 2002 fonda, insieme all’attrice e regista Giorgia Giuntoli, la compagnia teatrale Anaduné, dando il via alla produzione di vari spettacoli di teatro contemporaneo di autori nazionali ed internazionali. Nel 2003 assume la direzione artistica della “Stagione di Teatro Comico-Brillante” del Teatro Municipale “G. Paisiello” di Lecce, presso il quale tiene anche diversi corsi di formazione teatrale in collaborazione con l’Università degli Studi di Lecce.

  • Teatro primo amore, da quanto tempo non eravate sulle tavole del palcoscenico?

FABRIZIO: Ad oggi sono due anni. Dalla ripresa cioè di Didone, sempre del nostro autore-feticcio Giuseppe Manfridi, con il quale abbiamo iniziato un sodalizio artistico molto avvincente tre anni fa. La scorsa stagione saremmo dovuti andare in scena con Il Re Muore, di Eugene Jonesco, ma purtroppo l’operazione è saltata per motivi burocratici. Lo spettacolo, tuttavia, è pronto, e contiamo di ripresentarlo in una prossima stagione.

MARINA: Personalmente, dopo un periodo molto intenso, ho scelto di mettere in pausa la mia attività di attrice (teatrale) per dedicarmi al doppiaggio. Questo fino due anni fa, quando mio marito ha preso l’iniziativa e, non senza una mia fiera ma inutile opposizione, ha deciso di farmi/farci tornare in scena con “Didone”, un testo meraviglioso di Giuseppe Manfridi (lo stesso autore di “Ti Amo, Maria”). Lo spettacolo ha avuto un tale successo di pubblico e di critica che lo abbiamo riproposto anche la stagione successiva. E adesso siamo di nuovo qui…

  • Quindi un sodalizio artistico già collaudato con successo.

FABRIZIO: E la nostra collaborazione artistica ovviamente non si limita al teatro. Anche nel doppiaggio lavoriamo in tandem da almeno 10 anni. Direi che il nostro si può definire un rapporto d’amore e di lavoro.

  • Come nasce l’idea, l’esigenza e la voglia di mettere in scena questo spettacolo?

FABRIZIO: Era uno spettacolo che avevo nel cassetto da tanti anni, che mi intrigava molto sia per la sua straordinaria potenza e bellezza, sia per il fatto che la differenza di età dei due protagonisti è la stessa che c’è tra me e Marina. Quando lo proposi a mia moglie lei ne fu subito entusiasta. Da lì a varare il progetto il passo è stato breve. 

MARINA: “Ti Amo, Maria” è un testo che ho letto diversi anni fa e che, da allora, ha sempre avuto un posto speciale nel mio cuore… Racconta una storia molto particolare e personale, ma che, allo stesso tempo, riguarda ciascuno di noi. La voglia di metterlo in scena era fortissima, ma essendo un testo molto difficile e impegnativo, ha avuto bisogno di un po’ di “cova”. Ora, finalmente, grazie anche e soprattutto all’aiuto, al sostegno e all’incoraggiamento di mio marito, sono riuscita a trovare il coraggio di farlo “venire alla luce”!

Essendo una coppia anche nella vita, che cosa vi ha fatto scoprire lavorare ad un testo così intenso che parla di un rapporto di coppia, complesso difficile e se vogliamo estremo, fuori da uno schema classico? Dove avete dovuto attingere per avvicinarvi ai personaggi dell’opera?

FABRIZIO: Io ritengo che uno schema classico, in un rapporto di coppia, in realtà non esista. Anche le coppie che sembrano esteriormente le più affiatate, possono nascondere problematiche e tensioni inimmaginabili. Insomma, quello che succede nella pentola lo sa solo il coperchio. Lavorare con mia moglie Marina è per me fonte di grande gioia e di grandi stimoli. Innanzitutto per la stima professionale che ho nei suoi confronti, e poi perché il legame estremamente profondo che ci unisce, ci permette un affiatamento, sia in fase di costruzione dello spettacolo che sulla scena, che produce risultati esaltanti. Ovviamente, almeno per noi… Ma, al momento, le risposte del pubblico vanno tutte in questa direzione.

MARINA: Per quanto mi riguarda, è proprio la vita di coppia che ha dato forza e slancio all’idea di realizzare uno spettacolo che parla… di coppia! È nelle pieghe della nostra personalissima storia d’amore e di vita che ho trovato le sfumature necessarie a colorare il personaggio di Maria che, pur essendo lontana anni luce da me, possiede dei tratti femminili “universali” con i quali ho dovuto, a volte con grande fatica, fare i conti.

  • Domanda a Fabrizio Pucci regista: secondo te quali sono gli ingredienti fondamentali e indispensabili per un “buon teatro” e per la riuscita di uno spettacolo?
Marina Guadagno – “Ti amo, Maria” – di Giuseppe Manfridi – Teatro Stanze Segrete – Roma – 20 marzo 2018 – © 2018 Sebastiano Vianello

FABRIZIO: Il buon teatro secondo me, nasce prima di tutto da un’altissima qualità del valore artistico del testo che si va ad affrontare. Sia che si parli di uno spettacolo drammatico che comico. Se la materia è scarsa, difficilmente, anche una regia magistrale, può produrre un risultato di alto livello. In teatro si raccontano storie, sentimenti, emozioni. Se un testo “non risuona” non si crea tra palco e platea quella corrente che lega le due componenti dello spettacolo. E poi, naturalmente, la bravura degli attori e una cifra registica precisa, onesta, e consapevole. Le scelte che si fanno nel dare un “taglio” allo spettacolo non possono mai essere casuali o dettate dall’improvvisazione. La regia di uno spettacolo dev’essere un filo rosso che lega una scena all’altra, e che ti porta al finale, senza soluzione di continuità.

  • Secondo voi com’e lo stato di salute del teatro italiano? Quanto è cambiato? E se è cambiato, lo è in meglio o in peggio? Quale potrebbero esserne le cause secondo voi? A parte qualche sprazzo di fortunate realtà, di qualche giovane talento che ha la possibilità di mettersi in mostra sia con drammaturgia classica che contemporanea, come potrebbe riacquistare una nuova vitalità e importanza sociale uscendo dal torpore generale che sembra averlo avvolto negli ultimi anni?

Quale potrebbe essere un modo per creare più interesse e  un nuovo pubblico di giovani per il teatro?

FABRIZIO: Purtroppo il nostro teatro, nonostante un glorioso passato e una straordinaria tradizione, ristagna in una palude acquitrinosa di ignoranza e disinteresse. E i primi responsabili sono i nostri politici, che hanno voluto distruggere quella consapevolezza culturale che ci ha portati fino agli anni 90, per azzerare la capacità di scegliere e di capire del popolo italiano, a favore delle televisioni in primis, e del cinema di pessima qualità e basso costo in secundis. E questa operazione di deculturalizzazione degli italiani, è passata prima di tutto dai tagli spaventosi a teatro cinema e cultura in genere, per favorire interessi evidenti di una certa classe dominante. E’  illuminante l’affermazione dell’allora ministro Giovanardi, secondo la quale “con la cultura non si mangia”. Affermazione peraltro non vera, visto che l’industria della cultura (teatro, cinema, musica, lirica, balletto….) produceva posti di lavoro e reddito per tantissime persone. Per non parlare dell’indotto (scenotecnica, costumistica, illuminotecnica, trasporti, ristorazione, alberghiero….) La verità è che un popolo bue e ignorante, si governa più facilmente.  E non va sottovalutata, peraltro, la sconcertante ignavia dei nostri giovani, che non prendono un libro in mano neanche con un coltello alla schiena, e preferiscono andare a rintronarsi di pessima musica e di droghe sintetiche e alcool, evitando di comunicare tra loro, se non attraverso telefonini e computer. Fortunatamente, in questa situazione devastante, io intravedo qualche flebile segnale di ripresa. I piccoli teatri (vedi Stanze Segrete) sono diventati centri di gravità culturale per nuovi appassionati, sia giovani che più maturi, e nuovi autori interessanti cominciano a venire a galla. Anche il cinema, in certi suoi autori e interpreti, dà qualche segnale incoraggiante, così come la musica. Si tratta per ora di isole nella tempesta, ma io mi auguro che possano diventare qualcosa di più, fino a ricreare quel tessuto culturale che ci permise di primeggiare nel mondo dell’arte. 

MARINA: Qui tocchiamo un tasto dolente… Lo stato di salute del teatro italiano è sotto gli occhi di tutti e, purtroppo, non è affatto buono. Non perché scarseggino le realtà, artistiche e produttive, in grado di ridargli tono e vigore (anzi!), ma perché il “sistema teatrale” è allo sbando: manca un reale appoggio delle istituzioni alla cultura, mancano i fondi, manca una politica di promozione e di diffusione del teatro e dell’arte in generale, manca addirittura una vera e propria legge sul teatro… Il discorso sarebbe lungo e complesso, troppo lungo e troppo complesso per poterlo racchiudere in poche righe. Posso solo dire che, personalmente, sono un’inguaribile sognatrice e un’accanita ottimista, e VOGLIO credere che la situazione cambierà, presto e in meglio!! Sotto la cenere della devastazione degli ultimi anni, sento ardere una brace di “voglia di fare” che attraversa trasversalmente tutte le realtà teatrali, dalle più tradizionali a quelle più innovative. Tutta questa “bella gente” sta già lottando e lavorando duramente perché il teatro torni a rivestire il ruolo da protagonista nella scena culturale italiana che, negli anni passati, ha meritatamente avuto. Ora, forse, è ancora un rumore di sottofondo, ma sono certa che, tra non molto, tutti potranno udire il suo “rombo di tuono”…

  • Ad entrambi: ultimo spettacolo bello visto a teatro… o lo spettacolo del cuore che ha lasciato un segno nella vostra memoria artistica.
Fabrizio Pucci e Marina Guadagno – “Ti amo, Maria” – di Giuseppe Manfridi – Teatro Stanze Segrete – Roma – 20 marzo 2018 – © 2018 Sebastiano Vianello

FABRIZIO: Uno degli spettacoli più interessanti e intriganti che ho visto ultimamente è stato Lo Potere, di Daniele Prato e Francesca Staasch, Diretto da Riccardo Scarafoni, e interpretato dallo stesso Scarafoni,  Veruska Rossi, Fabrizio Sabatucci e Francesco Venditti. Un’operazione veramente intelligente e recitato magnificamente. Per quanto riguarda il passato, sono molto legato a un Aspettando Godot al Piccolo di Milano, con Renato De Carmine e Tino Schirinzi, per la regia di Walter Pagliaro. Una perla di semplicità e potenza narrativa come ne ho viste poche. Tanto che nel mio futuro ho in serbo proprio una rivisitazione di questo testo. Vedremo…

MARINA: Di spettacoli belli, per fortuna, ne ho visti tanti (ma anche di brutti, bruttissimi…). Tuttavia, se proprio devo citarne uno, non posso non fare riferimento a quello che mi ha cambiato la vita: “Trovarsi”, di Luigi Pirandello, per la regia di Patroni Griffi, con Valeria Moriconi. Il testo racconta il dramma esistenziale di una famosa attrice, che si ritrova a dover affrontare il problema di non riuscire più a “trovarsi”, se non nell’identificazione con i personaggi che interpreta, e dell’enorme vuoto che questo provoca nella sua vita “reale”. Lo davano al Politeama Greco, uno dei teatri più belli di Lecce, la mia città. Mi ci portò il mio papà (come sempre!). Io ero poco più che una ragazzina, e già studiavo recitazione, ma fino a quel momento credevo che si trattasse solo di un “hobby”. Quella sera, la profondità del testo e la bravura della Moriconi mi fecero scattare una molla, tanto da farmi affermare – uscendo dal teatro – <<Papà, ho deciso: io da grande farò l’attrice!>>. E così fu…

  • A Fabrizio: se rivedessi ora il Fabrizio giovane che si è avvicinato al lavoro di attore un po’ di anni fa cosa gli diresti, quali consigli gli daresti dall’alto della tua esperienza?

FABRIZIO: Probabilmente gli direi di rifare esattamente le cose che ho fatto, andare avanti per la sua strada senza piegarsi a compromessi e scegliendo sempre seguendo il cuore. Forse non raggiungerà il successo strepitoso che sognava da ragazzo all’Accademia, ma vivrà una vita felice facendo un lavoro che ama. “Scegli un lavoro che ami, e non dovrai lavorare neppure un  giorno in vita tua”, diceva Confucio. Ecco… io credo di non aver mai lavorato in vita mia…

  • C’è ancora un desiderio nel cassetto che vuoi realizzare ma che ancora non è stato possibile fare? (a entrambi)

FABRIZIO: C’è quel Re Muore di cui ho parlato poc’anzi. E, come dissi ai miei collaboratori quando il progetto abortì, “Il Re non è morto, è solo svenuto”, e sono sicuro che vedrà la luce presto.

MARINA: il mio cassetto è pieno di desideri e di progetti che vorrei realizzare… e guai se così non fosse!!! Quello più grande è di poter tornare a dirigere un teatro, magari proprio nella mia città!

  • A Marina: Compagna nella vita, nel lavoro del doppiaggio ed ora anche in scena. Com’è stata l’esperienza di essere stata diretta da Fabrizio? Un pregio e un difetto di Fabrizio?

MARINA: Fare coppia nella vita e nel lavoro è un’esperienza tanto esaltante quanto rischiosa, soprattutto quando la coppia in questione è formata da due soggetti forti ed estremamente testardi… Le discussioni sono sempre dietro l’angolo, e il pericolo di “portarsele a casa” è altissimo. Tuttavia, quando, oltre all’amore reciproco, c’è anche una profonda stima (personale e professionale), una grande fiducia e una forte complicità, accade il miracolo, e ti accorgi che quello che poteva essere un problema diventa un’opportunità, anzi, un privilegio… Fabrizio è un regista straordinario, sa bene ciò che vuole e sa ancor meglio come comunicartelo e come “tirartelo fuori”. E questo è sicuramente il suo pregio più grande. Il suo maggior difetto, invece, è quello di essere troppo concentrato sull’attore che sta dirigendo e sullo spettacolo in generale, e poco su se stesso. Tende a trascurarsi, a mettersi in secondo piano, a “lasciarsi indietro”… E questo proprio non va!! Capito, Pucci? 😉

  • E a Fabrizio: un pregio e un difetto di Marina?

FABRIZIO: Il suo difetto principale è quello di tutte le donne, cioè di essere una donna, e quindi partire dal presupposto di avere quasi sempre ragione. E il suo più grande pregio è quello di essere una donna, e quindi avercela sul serio quasi sempre ragione. E’ il quasi che mi salva…Marina per me non è solo una compagna di vita e di lavoro. E’ la mia bussola, la mia guida, la mia rete di salvataggio e il mio rifugio. E lavorare e vivere con lei è un’avventura straordinaria.

  • Prossimi progetti teatrali e nel doppiaggio?

FABRIZIO: Per quanto riguarda il teatro stiamo ancora valutando diverse opzioni, vedremo in tempi brevi. Nel doppiaggio ho appena finito un film interessantissimo, Thoroughbreds, un film americano che ha avuto un grande successo al Sundance Festival. E devo iniziare The Meg, un colossal avventuroso sempre americano, sul ritorno del megalodonte, lo squalo preistorico. E una nuova misteriosissima serie televisiva, di cui però non posso rivelare ancora nulla… Ne vedremo delle belle!

MARINA: Riguardo al teatro, io e Fabrizio abbiamo “in caldo” un paio di testi che ci intrigano molto! Ma la scaramanzia mi impone di tacere… Quanto al doppiaggio, invece, non ho un vero e proprio progetto, ma un desiderio: quello di approfondire sempre più la mia esperienza di direttrice, che finora ho svolto solo a tratti, ma che mi entusiasma e mi interessa ogni giorno di più!

Ringrazio di cuore Fabrizio e Marina per la loro disponibilità e generosità nel rispondere alle domande di questa intervista. Due artisti e due persone gentili e luminose, appassionate di questa difficile professione artigianale, declinabile nelle forme e modalità più diverse, come loro ci possono dimostrare con grande talento.  Quindi non rimane che andare ad applaudirli a Teatro, avete tempo fino all’otto di aprile.

Francesco Falabella                                                                                                 Roma  24 marzo 2018