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Al Teatro Strehler di Milano “Chi ha paura di Virginia Woolf?”

Antonio Latella dirige Chi ha paura di Virginia Woolf di Edward Albee, proposto in una nuova traduzione di Monica Capuani. Dal 15 al 27 marzo 2022, a Milano, al Teatro Strehler, un cast straordinario – Sonia Bergamasco, Vinicio Marchioni, Ludovico Fededegni, Paola Giannini – interpreta un testo realistico e potente, la storia di un amore disperato e violentissimo che precipita in un vorticoso gioco al massacro. Lo spettacolo, prodotto dal Teatro Stabile dell’Umbria, ha le scene di Annelisa Zaccheria, i costumi di Graziella Pepe, musiche e suono Franco Visioli, luci Simone De Angelis.

Who’s afraid of Virginia Woolf? è la più conosciuta tra le opere di Edward Albee, quella che lo traghettò da Off-Broadway a Broadway, dove debuttò nel 1962, consacrandolo a un successo mondiale.
Quattro anni più tardi ne fu tratto il celebre film, diretto da Mike Nichols e interpretato da Richard Burton ed Elizabeth Taylor.
Divisa in tre atti, l’opera si svolge tutta nella casa di Martha e George; lei figlia del rettore di un college in cui suo marito è professore di storia. I due rientrano dopo una serata organizzata dal padre di Martha, ma all’insaputa di George, Martha ha invitato per un ultimo drink una giovane coppia: il nuovo professore di biologia, Nick, e sua moglie, Honey. Il bicchiere della staffa si protrarrà per tutta la notte, tra aggressioni verbali, giochi, rappresaglie, racconti reali o inventati di storie del passato, e sotterranei tentativi – che a turno tutti e quattro sperimenteranno, con diversi gradi di consapevolezza – di distruggere la maschera della perfetta famiglia americana.
Avvalendosi di una nuova traduzione firmata da Monica Capuani, Antonio Latella si confronta con il capolavoro di Edward Albee, dirigendo un cast straordinario – Sonia Bergamasco, Vinicio Marchioni, Ludovico Fededegni, Paola Giannini – in un raffinato e crudele “gioco di società”.

Non posso non partire dal titolo per affrontare questo testo che ancora una volta mi riporta all’America e alla drammaturgia americana. Molti critici hanno detto che questo titolo è solo un gioco ironico, un rimando intellettualistico alle paure di vivere una vita priva di delusioni. Una canzoncina che la nostra protagonista dissemina per tutto il testo, che riprende la melodia per bambini, e non solo, “Who’s Afraid of the big bad Wolf?” ovvero: “Chi ha paura del lupo cattivo?”. La paura del lupo, quel lupo che fin da piccoli è fuori dalla porta pronto a sbranarci, pronto a punirci nel momento in cui non stiamo nelle regole che la società ci impone. Eppure, non posso credere che questa scelta, in un autore attento come Edward Albee, sia solo un vezzo intellettualistico, dal momento che per sostituire la parola “lupo” scomoda una delle figure intellettuali più importanti del Novecento, Virginia Woolf.
Perché lo fa? Non può essere casuale per uno come lui, che fu adottato da piccolo da una famiglia di teatranti che non poteva avere figli, una famiglia talmente fuori dalle righe che lui aveva sempre sperato che quelli non fossero i suoi veri genitori. Infatti, la scoperta della verità dell’adozione più che gettarlo in uno stato di depressione lo aiutò a crescere e a vivere meglio.
Virginia Woolf è un’autrice che crea un nuovo modo di narrare, un nuovo linguaggio. Una vera visionaria, una combattente instancabile per l’emancipazione femminile. Una donna che insegnò alle donne ad uccidere le loro madri, come per gli uomini Edipo ci insegnò ad uccidere i nostri padri, o meglio un’idea di padre, come la Woolf uccise un’idea di madre, quella che vedeva nella donna “l’angelo del focolare”. Credo che tanto di tutto questo si trovi nel testo, la Woolf è presente nei due protagonisti che fanno da specchio alla giovane coppia scelta come sacrificio di questo violentissimo e disperato amore, questo: “jeu de massacre”. La Woolf è presente anche in una idea di narrazione che riguarda lo stesso Albee: “Ogni volta che entra la morte, bisogna inventare, mentire, ricostruire. La morte la puoi vincere solo con l’invenzione”. Ed è proprio quello che fa fare Albee ai suoi protagonisti, prende spunto da questa frase della Woolf e porta questa coppia, ormai morente, a inventare per ricrearsi, per restare in vita, a scegliere di inventare un figlio mai esistito, ed è spiazzante che lo faccia proprio lui che fu adottato. Bisogna scegliere di spiazzare la morte, di vincere la depressione, la paura, forse anche di anticiparla proprio come fece la grande Virginia Woolf.
Tutto accade in una notte, perché anche per Albee, come per la stessa Woolf, il tempo è circolare, non invecchia mai. Il tempo resta giovane. Nel tempo va cercata la sospensione, l’attimo, ed è per questo che la Woolf affermava che non si può scrivere a trama, bisogna scrivere a ritmo, l’attimo è nel ritmo, è una sospensione. Ed è strano che ancora un parallelismo mi porti a pensare ad una non casualità del titolo: anche Albee è ossessionato dal ritmo, che incide con una scelta maniacale della punteggiatura, forse oltre al linguaggio la sua vera ricerca. Le cronache raccontano che quando dirigeva gli attori pretendeva un rispetto totale della punteggiatura che aveva scelto, un rispetto della partitura, e quindi del ritmo. Tutto ciò mi porta ad una nuova avventura, un testo realistico, ma che diventa visionario per la potenza del linguaggio, per la maniacalità della punteggiatura e per la visionarietà, dovuta ai fumi dell’alcool e alle vertiginose risate che divorano e fagocitano i protagonisti di questo testo. Albee, nel rifuggire ogni sentimentalismo, applica una sua personale lente di ingrandimento al linguaggio che sente parlare intorno a sé, ne svela i meccanismi di ripetizione a volte surreali che portano ad uno svuotamento di significato, ma come spesso accade in questo testo, parallelamente mostra come il linguaggio sia un’arma efferata per attaccare e ridurre a brandelli l’involucro in cui ciascuno di noi nasconde la propria personalità e le proprie debolezze. Per fare tutto questo ho voluto circondarmi di un cast non ovvio, non scontato, un cast che possa spiazzare e aggiungere potenza a quella che spesso viene sintetizzata come una notturna storia di sesso ed alcool. Un cast che avesse già nei corpi degli attori un tradimento all’immaginario, un atto-attore contro il fattore molesto della civiltà, che Albee ha ben conosciuto, come ci sottolinea nella scelta del titolo. Chi ha paura di Virginia Woolf? Se c’è qualcuno alzi la mano.
(Antonio Latella)

Facendo ricerche su Edward Albee mentre traducevo Chi ha paura di Virginia Woolf?, ho scoperto che il drammaturgo americano era un grande ammiratore del teatro di Pirandello. E via via che mi addentravo in questa, che è una delle traduzioni più difficili che mi sia capitato di fare finora, ho capito che Virginia Woolf è un testo di “maschere”. Ogni personaggio ha una maschera costituita dal suo personale linguaggio, scudo e arma contundente al tempo stesso. In una società evoluta, il linguaggio – elemento nodale nel teatro di Albee – è la maschera sociale per eccellenza. E in quest’arte affabulatoria, Martha e George sono dei virtuosi: giocolieri delle parole che mantengono fitta la cortina di fumo che per vent’anni ha avvolto il loro matrimonio e l’illusione del figlio (non “cambiato” ma) inventato. (Monica Capuani)

Informazioni e prenotazioni 02.21126116 – http://www.piccoloteatro.org (R.B.)

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