“Morte di un commesso viaggiatore” in prima nazionale a Milano

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Morte di un commesso viaggiatore, di Arthur Miller, è un classico del Novecento che Elio De Capitani, regista e
protagonista, affronta per proseguire una personale riflessione sulla vita
d’oggi e sul tema dei rapporti tra giovani e adulti attraverso la drammaturgia
americana d’ogni epoca. 
Accanto a lui nel ruolo
della moglie, la sua compagna d’arte e di vita Cristina Crippa; i due figli
(Biff e Happy) sono Angelo Di Genio e Marco Bonadei, giovani attori del
super-premiato e applaudito gruppo di The history boys, come anche Vincenzo Zampa (Howard) e Andrea
Germani che è Bernard, il figlio di Charlie, l’amico-antagonista, interpretato
da Federico Vanni (Massimo Brizi dal 21 gennaio). Da ‘History boys’ arriva
anche Gabriele Calindri, da alcuni anni presenza costante nelle produzioni
dell’Elfo, che qui è lo zio Ben. Due giovani attrici completano il cast: Alice
Redini (già protagonista all’Elfo in Viva l’Italia) e Marta Pizzigallo,
premio Hystrio 2013.

Lo spettacolo è in scena
al Teatro dell’Elfo Puccini di Milano fino
al 2 febbraio 2014.
«Costruito inizialmente sul ricordo di mio zio –
spiegava Arthur Miller – il personaggio di Willy Loman, il protagonista di Morte di un commesso viaggiatore,
s’impadronì velocemente della mia immaginazione e divenne qualcosa che non era
mai esistito prima: un commesso viaggiatore con i piedi sui gradini della
metropolitana e la testa nelle stelle». Un’immagine che racconta la grandezza di
questo personaggio, figura tragica di uomo comune nel quale potrebbe
riconoscersi chiunque, nell’America del dopoguerra come oggi. Un’universalità
che ha portato questo testo, andato in scena per la prima volta nel febbraio
del 1949 a New York, per la regia di Elia Kazan, a ottenere il più clamoroso
successo teatrale di quegli anni, negli Stati Uniti come in molti altri paesi.
Miller racconta gli ultimi due giorni di vita di un
commesso viaggiatore, prima del suo suicidio, riuscendo a mettere in luce, oltre
alla precarietà della sua condizione socio-economica – che oggi appare ancora
di grande attualità – il dramma di un fallimento esistenziale. Brillante
venditore dalla lingua sciolta, che ha fondato la sua vita sulla rincorsa del
successo personale e professionale e sull’aspirazione alla
“popolarità” per sé e per i propri figli, Loman si ritrova escluso
dal ‘sogno americano’: a 63 anni non riesce più a piazzare la merce, non regge
più la fatica dei lunghi viaggi attraverso l’America (che un tempo avevano per
lui il sapore dell’avventura e della conquista).  Soprattutto non riesce più a illudersi e
illudere, vede sgretolarsi il castello di grandi sogni e piccole bugie che ha
faticosamente costruito. (R. B.)