Intervista al regista Francesco Barilli

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Il 22 maggio 2021 a La Spezia, presso la Mediateca Regionale S. Fregoso, alla presenza del sindaco della città, si è inaugurato il La Spezia Film Festival. Ospite della prima serata il regista, attore e sceneggiatore Francesco Barilli, che debuttò giovanissimo come assistente e attore per Antonio Pietrangeli ne ‘La parmigiana’ (1963), fu poi il protagonista del film Prima della rivoluzione, di Bernardo Bertolucci. Nel corso della carriera ha collaborato con i fratelli Bazzoni, Vittorio Storaro, Giuseppe Patroni Griffi, Umberto Lenzi. Dopo l’incontro col regista c’è stata la proiezione del suo film cult “Il profumo della signora in nero” (1974) e del suo ultimo lavoro: il corto “L’urlo” (2019), remake dell’omonimo corto di Luigi Bazzoni, che aveva interpretato come attore nel 1966.

D. Francesco vogliamo parlare dei tuoi esordi?
R. A 15 anni a Parma avevo iniziato a fare dei piccoli film, dei Super8 che oggi sono andati persi. Ho sempre avuto la passione del cinema, frequentavo spesso le sale. Poi a Parma è arrivato Pietrangeli a girare ‘La parmigiana’. Io facevo l’assistente volontario e ho fatto anche una parte, che è rimasta famosa perché nella scena della sala da ballo dico la battuta “A noi di Montechiarugolo piacciono le donne fatte’, che è diventata una frase cult.
L’anno dopo è arrivato a Parma Bernardo Bertolucci, che mi ha chiesto di fare il protagonista del suo film ‘Prima della rivoluzione’. Inizialmente ero titubante all’idea di accettare il ruolo del protagonista, ma fortunatamente l’ho fatto e ancora oggi il film è un cult a livello mondiale.
Dopodiché oltre al pittore ho fatto l’arredatore, prima di arrivare a Roma, dove ho lavorato per molti anni in televisione, fino a poco tempo fa, quando ho fatto 6 puntate di ‘Giorni da leone’, con Luca Barbareschi.

D. Come nasce ‘Il profumo della signora in nero’?
R. Ero andato 6 mesi in Africa, in Congo, a fare dei documentari per l’Agip, ed è lì che mi è nata l’idea per il film. Già prima però avevo scritto la sceneggiatura di “Chi l’ha vista morire?”, con cui avrei dovuto debuttare alla regia, ma che fu poi girato da Aldo Aldo.

D. Cosa mi dici del tuo secondo film, ‘Pensione paura’?
R. Questo non l’ho scritto io, mi hanno un po’ obbligato a farlo. Ho fatto non un film, ma una mostra di quadri in realtà. Quando uscì il DVD il critico del Corriere della Sera scrisse “Il film non è un granché, ma compratelo perché dovete vedere l’intervista”. In effetti ero scatenato in quella intervista, ho raccontato cose molto private, mi stupisco non mi abbiano fatto causa. All’epoca il film ebbe una scarsissima distribuzione, mentre stranamente fu riscoperto a distanza di tempo.

D. Dimmi qualcosa delle tue esperienze in campo documentaristico.
R. Il documentario è la cosa che preferisco, innanzitutto perché sei libero. Me li producevo da solo, trovando degli sponsor. Ho fatto lavori su Giuseppe Verdi, Guareschi, l’Antelami, il Teatro Regio di Parma. Per la Rai ho fatto molti documentari naturalistici per Geo.

D. Qual è secondo te l’importanza dei festival del territorio?
R. Da quando c’è il Covid non li sopporto, perché ora ci sono troppi problemi. Di solito ai festival si fanno cene, feste, incontri, mentre ora è tutto condizionato dalla pandemia.

D. Come è cambiato il cinema dai tempi dei tuoi esordi?
R. Allora era vero cinema. Anzitutto non c’era la televisione, che esisteva già ma che poi ha distrutto tutto. Anche se ora sulle piattaforme si vedono cose molto belle, a volte sono più belle le serie dei film.
Io ho una grande collezione di film in bianco e nero. Quando insegno all’università di Parma se chiedo ai ragazzi se hanno visto ad esempio i film di Billy Wilder, non dicono sì o no, chiedono se è in bianco e nero. I ragazzi di oggi quei film non li vogliono vedere. (R. Bocchi)