Il trionfo del Tempo e del Disinganno

0
867

Stagione d’Opera e Balletto 2015 ~ 2016

28, 30 gennaio  3, 5, 7, 10, 12, 13 febbraio 2016

Il trionfo del Tempo e del Disinganno

Oratorio in due parti (1707)

di GEORG FRIEDRICH HÄNDEL

Libretto di Benedetto Pamphilj

(Editore Proprietà Opernhaus, Zürich)

Produzione Opernhaus di Zurigo e Staatsoper di Berlino

Direttore DIEGO FASOLIS

Regia JÜRGEN FLIMM e GUDRUN HARTMANN
Scene ERICH WONDER
Costumi FLORENCE VON GERKAN
Coreografia CATHARINA LÜHR
Lighting designer MARTIN GEBHARDT
Luci riprese da HANS-RUDOLF KUNZ

Personaggi e interpreti

Bellezza ​Martina Janková
Piacere ​Lucia Cirillo
Disinganno ​Sara Mingardo
Tempo ​Leonardo Cortellazzi

ORCHESTRA DEL TEATRO ALLA SCALA SU STRUMENTI STORICI
in collaborazione con
“I BAROCCHISTI” DELLA RSI – RADIOTELEVISIONE SVIZZERA

Date:

giovedì 28 gennaio 2016 ore 20 ~ prima rappresentazione turno E

sabato 30 gennaio 2016 ore 20 ~ turno B

mercoledì 3 febbraio 2016 ore 20 ~ fuori abbonamento

venerdì 5 febbraio 2016 ore 20 ~ turno A

domenica 7 febbraio 2016 ore 15 ~ fuori abbonamento

mercoledì 10 febbraio 2016 ore 20 ~ turno C

venerdì 12 febbraio 2016 ore 20 ~ turno D

sabato 13 febbraio 2016 ore 20 ~ ScalAperta

Prezzi: da 180 a 11 euro

Prezzi ScalAperta: da 90 a 5,50 euro

Infotel 02 72 00 37 44

www.teatroallascala.org

Con l’allestimento in forma scenica dell’oratorio di Händel diretto da Diego Fasolis
la Scala diviene il primo grande teatro internazionale a promuovere
un complesso barocco all’interno della propria orchestra

Con le 8 recite dell’oratorio di Händel Il trionfo del Tempo e del Disinganno in scena dal 28 gennaio al 13 febbraio il Teatro alla Scala presenta al pubblico il suo complesso barocco: un gruppo di strumentisti che nei mesi scorsi ha approfondito con il Maestro Diego Fasolis la tecnica e le prassi esecutive settecentesche. Il progetto, sviluppatosi anche grazie all’adesione e all’entusiasmo di numerosi Professori dell’Orchestra del Teatro alla Scala, prevede che alla nuova compagine sia affidato un titolo all’anno sotto la bacchetta di uno specialista, nella prospettiva di creare al Piermarini una nuova tradizione esecutiva barocca. La Scala, riprendendo l’esperienza avviata dall’Opera di Zurigo, si pone così all’avanguardia tra i grandi teatri internazionali nel campo delle esecuzioni storicamente informate.

Nel 1707 Händel aveva 22 anni, aveva già scritto due opere per il teatro di Amburgo e si trovava da un anno in Italia, su invito di Ferdinando de’ Medici. Il “caro sassone”, dopo un primo soggiorno fiorentino, si era recato a Roma dove aveva stretto sodalizio con il cardinale Benedetto Pamphilj, già librettista per diversi compositori tra i quali Alessandro Scarlatti. A Roma le rappresentazioni operistiche erano vietate (come anche il canto in pubblico per le donne): i due si dedicarono quindi alla stesura di un oratorio di argomento almeno a prima vista moraleggiante, i cui personaggi ebbero tuttavia tutta la vivacità del teatro musicale. Il trionfo del Tempo e del Disinganno (catalogo HWV 46a) viene dunque eseguito per la prima volta nel 1707 con il compositore al cembalo e la direzione di Arcangelo Corelli presso il Teatro del Collegio Clementino nell’ambito dei concerti quaresimali organizzati dal Cardinale Ottoboni. La fortuna dell’opera e la sua centralità nella parabola artistica di Händel sono testimoniate dal fatto che il compositore apprestò due successive versioni, entrambe per il Covent Garden: nel 1737 con il titolo Il trionfo del Tempo e della Verità (HWV 46b) e nel 1757 con il titolo The Triumph of Time and Truth (HWV 71). Tra le arie ricordiamo almeno “Lascia la spina”, il cui tema verrà ripreso nell’opera Rinaldo sulle parole “Lascia ch’io pianga”, e la sublime “Tu del ciel ministro eletto”; altri brani compariranno in diverse composizioni successive tra cui Agrippina.

Lo spettacolo di Jürgen Flimm con le scene di Erich Wonder e i costumi di Florence von Gerkan nasce nel 2003 per l’opera di Zurigo, ottenendo consensi entusiastici, e viene ripreso alla Staatsoper di Berlino nel 2012, dove Flimm è affiancato, come alla Scala, da Gudrun Hartmann. Flimm e Wonder collocano il trapasso dall’edonismo alla malinconia che impregna l’oratorio in una serata dopo teatro che affonda nella notte al bancone di un caffè alto borghese ispirato alla leggendaria brasserie parigina art déco La Coupole, inaugurata nel 1927, in cui si incontravano tra gli altri Man Ray, Aragon, Picasso, Simenon e Josephine Baker. Il bar diviene teatro moderno di simbologie di perfetto sapore barocco, tra controscene e movimenti coreografici.

Alla Scala il Piacere è Lucia Cirillo, ospite frequente delle principali orchestre barocche e del Festival di Glyndebourne; Bellezza è Martina Janková, una delle più apprezzate cantanti mozartiane di oggi, di casa all’opera di Zurigo e a Salisburgo; il Tempo è il tenore italiano Leonardo Cortellazzi, recentemente applaudito alla Scala come Nerone ne L’incoronazione di Poppea, e il Disinganno è Sara Mingardo, contralto prediletto dai direttori di musica barocca ma chiamata anche da Abbado, e ascoltata alla Scala nella trilogia monteverdiana diretta da Rinaldo Alessandrini.

Nel 1706 il ventunenne Georg Friedrich Händel arriva in Italia per un viaggio di formazione e al contempo di autopromozione professionale; nel giro di tre anni soggiornerà a Roma, Firenze, Napoli e Venezia. A Roma il giovane musicista tedesco s’inserisce subito nell’ambiente, culturalmente ricchissimo, del mecenatismo sontuoso dei cardinali Carlo Colonna, Benedetto Pamphilj, Pietro Ottoboni e del marchese Francesco Maria Ruspoli. Qui le sue prime
composizioni importanti sono pezzi di musica sacra; nella primavera del 1707 Händel riceve la commissione di un lavoro di ampie dimensioni, l’oratorio Il Trionfo del Tempo e del Disinganno (il cui titolo originario era La Bellezza ravveduta nel trionfo del Tempo e del Disinganno); autore del libretto è uno dei suoi stessi protettori, Benedetto Pamphilj. Nell’Italia del Settecento l’oratorio non si differenziava quasi dall’opera nella struttura, nello stile musicale
e nelle stesse convenzioni formali (alternanza di recitativi e arie), pur
conservando caratteri peculiari come il soggetto religioso o allegorico, l’assenza – o la riduzione al minimo – della messa in scena teatrale e l’articolazione in due parti anziché in tre Atti (l’intervallo poteva essere occupato da un rinfresco, un sermone o un intrattenimento musicale). Quando, a Roma, tra lo scorcio del Seicento e il primo decennio del Settecento, l’opera pubblica impresariale fu bandita dal papato perché ritenuta ricettacolo di malcostume e corruzione, l’oratorio diventò il maggiore surrogato del dramma per musica.
Incentrato intorno alla contrapposizione tra la falsità dei piaceri terreni e la verità della vita eterna, e dunque sui temi della penitenza e della conversione, il libretto assume più l’aspetto di una disputa morale e teologica che quello di una vicenda drammatica. I personaggi sono quattro figure allegoriche:
Bellezza (soprano), Piacere (soprano), Disinganno (contralto), Tempo (tenore).
È probabile che a ispirare il personaggio di Bellezza, indotta da Tempo e Disinganno a lasciare le tentazioni terrene che Piacere le offre a favore della fede religiosa, sia stata la figura di Maria Maddalena, prototipo dell’eroina penitenziale. La struttura e la gerarchia dei ruoli sono operistiche: Bellezza riceve otto arie e Piacere sei, mentre Disinganno e Tempo ne contano rispettivamente
cinque e quattro. Oltre alle arie, ci sono poi, a completare un disegno
simmetrico ed equilibrato, un duetto e un quartetto in ciascuna delle
due parti. Nella partitura di Händel l’esplosione di una straordinaria inventiva e la padronanza della scrittura si associano a un’assimilazione stupefacente della musica italiana, non soltanto operistica ma anche strumentale, come testimoniano la Sonata introduttiva in tre movimenti e quindi, nella prima parte, la Sonata che costituisce il seduttivo concerto offerto da Piacere a Bellezza.
Quest’ultima, un pezzo con organo concertante suonato da un “leggiadro giovinetto” (che nella prima esecuzione era lo stesso Händel, cui il cardinale Pamphilj rendeva così omaggio), riflette l’ambiguità con la quale nell’oratorio si tratta la sensuale bellezza dei piaceri terreni e di cui il fascino ammaliante della musica è il simbolo. Conturbante è del resto l’aria conclusi- L’opera in breve Cesare Fertonani 25 va, con una meravigliosa parte per violino obbligato, cantata da Bellezza a suggellare la propria conversione.
Händel compose la partitura in riferimento a un quadro le cui  coordinate sono date dal virtuosismo vocale (di cui è emblema formale l’aria col da capo) e dallo stile concertante del concerto grosso romano. L’orchestra prevede, oltre agli archi e al basso continuo, due oboi, due flauti diritti e organo, al quale, come s’accennava, sono affidate pagine solistiche di rilievo, così come a oboe, violino e violoncello. Nulla si sa sulla prima esecuzione dell’oratorio, che dovette avvenire nella tarda primavera del 1707 a Roma, forse nel palazzo del cardinale Pamphilj o forse nel Collegio Clementino; i ruoli dei due soprani e del contralto furono senz’altro interpretati da castrati, mentre è verosimile che a dirigere l’orchestra fosse Arcangelo Corelli. È possibile che Il Trionfo del Tempo e del Disinganno sia stato allestito in una forma semiscenica
– cioè con un fondale realizzato per illustrare momenti della vicenda ma senza una vera e propria azione teatrale –, come poi accadrà per il successivooratorio composto da Händel a Roma, La resurrezione (1708). Certo la splendida partitura occupa un posto speciale nella produzione del compositore. A Londra, trent’anni dopo, Händel ne appronterà una seconda versione, intitolata Il trionfo del Tempo e della Verità (1737) e infine, a mezzo secolo esatto dalla prima esecuzione a Roma, una terza, questa volta in inglese, col libretto tradotto da Thomas Morell, The Triumph of Time and Truth (1757). Così, per una curiosa coincidenza, il primo oratorio di Händel
sarà anche l’ultimo. Che l’autore tenesse in alta considerazione la partitura del 1707 è del resto confermato dal numero di pezzi che egli avrebbe poi riutilizzato, in varie forme, in composizioni successive. L’esempio più celebre è l’aria di Piacere della seconda parte, Lascia la spina, che con nuovo testo diventa la celeberrima aria di Almirena Lascia ch’io pianga nell’opera dell’esordio londinese, Rinaldo (1711)