All’Elfo di Milano in scena Umberto Orsini e Giovanna Marini

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Dal 6 al 18 maggio 2014 in scena al Teatro dell’Elfo di Milano “La ballata del carcere di Reading”, di Oscar Wilde, traduzione e adattamento di Elio De Capitani e Umberto Orsini. Orsini ne è anche l’interprete, insieme a Giovanna Marini, che ha composto ed esegue le musiche. La regia è di Elio De Capitani.
Nel 1895 Oscar Wilde, in seguito a una causa per diffamazione da lui intentata al Duca di Queesberry, fu a sua volta accusato di comportamento contrario alla morale pubblica e condannato a due anni di carcere, che scontò nella prigione di Reading. Questa terribile esperienza è all’origine della Ballata del carcere di Reading, una delle sue opere più autentiche e scopertamente sincere. La ballata è un lamento poetico in due momenti: l’impiccagione di un giovane detenuto, il rituale assurdo e feroce dell’esecuzione, e la meditazione, profondamente religiosa, sul male e la redenzione.
L’idea di portare in scena questo testo di Wilde nasce dall’incontro di Umberto Orsini e Giovanna Marini in un altro spettacolo, Urlo di Pippo Delbono, dove Orsini aveva portato la sapienza dei suoi frammenti di Wilde e Shakespeare e Giovanna la sua antica esperienza del canto degli umili.

Nel progetto è stato poi coinvolto Elio De Capitani che aspettava solo un’ultima spinta per affrontare qualcosa a cui pensava da tempo, “il dilemma, o meglio il paradosso di Wilde”. Così nel 2005 lo spettacolo ha preso corpo, andando in scena nel mese di giugno al Festival AstiTeatro. 

Umberto Orsini

The ballad of
Reading gaol
si presta a una messinscena? “Credo proprio di si,
rispondeva allora il regista, perché in un certo senso lo è: è una messinscena
complessa, ritualmente complicata, dove una volta ancora l’attrazione fisica si
sublima in canto e il canto sublima la sofferenza in bellezza”. E l’esito
dello spettacolo – che dopo il debutto e le repliche delle tournée torna ora in
scena all’Elfo Puccini per volontà della Compagnia Umberto Orsini – ne ha dato
una conferma definitiva.

“Al centro di tutto, Wilde, continuava De Capitani nelle sue
note di regia. La sua condizione di prigioniero e il corpo di un ragazzo, un
giovane soldato, condannato alla forca per l’assassinio della sua amante, un
Woyzeck inglese con la giubba rossa dei dragoni di sua maestà. Wilde lo ha solo
visto nell’ora d’aria e trova una nuova vena che unisce i suoni, i colori, i
pensieri e gli incubi e i corpi inappagati della galera con una certa luce di
un amore trasfigurato”.

Come entrarci in questo gioco, tragico e leggero? Come reggere il
metro popolare della ballata e il lirismo spietatamente wildiano?
“Giovanna Marini ha scritto cinque ballate, ha preso in
parola Wilde, componendo una musica che sta tra la ballata irlandese e
l’elisabettiano John Dowland, arrivando e fino a Schubert, per passare anche
per i Beatles.

Umberto Orsini interpreta Wilde con una leggerissima distanza,
giocando con la vertigine sapiente dell’emozione e cogliendo il frutto più
piacevole e più difficile al tempo stesso: il lato artistico-estetico, la bellezza dei versi, per lasciare allo
spettatore di fare i conti con il resto”. (R.B.)