Al Teatro San Babila di Milano ‘Il marito di mio figlio’

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Dal 12 al 21 febbraio 2016 in scena al Teatro San Babila di Milano Il marito di mio figlio, scritto e diretto da Daniele Falleri, con Eva Grimaldi, Andrea Roncato, Pietro De Silva, Pia Engleberth, Ludovico Fremont, Roberta Garzia, Andrea Standardi.

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Il marito di mio figlio è una moderna commedia degli equivoci che affronta con ironia un tabù sulla cresta dell’onda in tutto il mondo: il matrimonio gay. E’ una storia dai toni brillanti, a tratti comici, che si nutre della psicologia dei personaggi e si addentra con disinvolta leggerezza nei loro intrecci familiari.

L’autore si diverte a mettere in scena tutti i più diffusi pregiudizi sui gay, giocando argutamente con i vari cliché per poi demolirli implacabilmente ad uno ad uno. Il cast, composto da fuoriclasse della comicità, diverte e commuove il pubblico fino alle lacrime.

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Andrea Roncato e Eva Grimaldi

Sinossi

Domani Giorgino e Michele (alias George & Michael) si sposano. Decidono di affrontare i rispettivi genitori convocandoli nel loro appartamento per comunicargli la notizia. Ma la rivelazione della propria omosessualità crea uno scompiglio che va oltre l’immaginazione dei due futuri sposi. Sessualità confuse, amanti inaspettati, relazioni segrete e intrecci che non risparmiano neanche i genitori.

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Eva Grimaldi e Pietro De Silva

Dichiarazione d’intenti. L’autore si sbilancia

Il marito di mio figlio non vuole essere un manifesto gay. Non è una storia di propaganda. Non vuole portare la bandiera di nessun movimento. Vuole andare oltre. O più precisamente vuole essere tutto questo ed altro. Mi spiego. La chiave di osservazione della storia esige di non prescindere da una considerazione fondamentale, e cioè che Michael e George ancor prima di essere gay sono due ragazzi che si amano.

Non è la loro inclinazione sessuale a fare da protagonista in questa storia. Di protagonista se ce n’è uno è l’amore. Per un compagno, per un figlio, per una madre, per un sogno, per un ideale, per se stessi, per la vita. L’intento è dichiarato dalla scelta del titolo: IL MARITO DI MIO FIGLIO e non “Il matrimonio gay”. Il punto di vista si colloca inequivocabilmente all’esterno della coppia di sposi. Chi parla è una mamma o un papà. Questo è ciò che più mi interessa, indagare sull’istituzione famiglia. Sull’effetto deflagrante che una notizia inaspettata e sconvolgente ha sull’ipocrisia di facciata del nucleo familiare come metafora di una società. Le famiglie di Michael e George sarebbero potute andare avanti sull’onda delle convenzioni per anni, forse per sempre. Rapporti sedimentati su codici falsi e apparentemente inamovibili. Ma la comparsa di un elemento imprevisto (e qui fa la sua entrata trionfale il matrimonio gay) smantella gli equilibri costituiti e obbliga tutti a rifare i conti con se stessi e il resto del mondo, riesaminando ex novo tutto ciò che ci circonda e che davamo per scontato.

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Ludovico Fremont

I personaggi sono raccontati per quello che sono senza alcun giudizio e con un incondizionato affetto. Tutti hanno un lato più nobile e uno più meschino. Tutti sbagliano, inciampano, cadono e infine si rialzano. Ognuno è costretto a rimboccarsi le maniche e ad inventarsi il proprio cammino verso un nuovo equilibrio facendosi largo con gli strumenti che ha a disposizione, che siano una mazzetta di soldi o un rossetto per le labbra.

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Andrea Standardi

 

Nel raccontare la storia, piena di colpi di scena al limite del paradosso, deve essere tenuto costantemente sott’occhio un elemento fondamentale: la veridicità. La cui asticella di riferimento ci viene fornita inderogabilmente dai due promessi sposi. Già dalla scelta di cast, Michael e George devono essere pieni di entusiasmo, bramosi di vita e inebriati dall’amore, ma semplici, veri, sinceri, senza fronzoli, rigorosamente non effeminati e lontani da qualsiasi scontato stereotipo sui gay. Niente più niente meno di uno specchio della realtà che ci circonda. La comunità omosessuale maschile è costituita nella stragrande maggioranza da ragazzi che non sculettano né sognano segretamente calze a rete e tacchi a spillo, ma vanno allo stadio in moto e si radono quando capita. Una moltitudine spesso meno evidente all’opinione pubblica perché lontana dai riflettori, meno appariscente e meno luccicante, ma non per questo meno interessante e coinvolgente. Anzi. Proprio il fatto che sia una realtà difficilmente etichettabile da chi crede di avere un’idea chiara e inequivocabile dell’essere gay, rende questo aspetto più stimolante da raccontare e crea un terreno più fertile (e meno scontato) per cortocircuiti e riflessioni. Dove invece si può (anzi si deve) spingere sull’acceleratore della caratterizzazione sono gli altri personaggi: le due coppie di genitori e Lory. La chiave per raccontare il tutto (ormai si è capito) è ovviamente l’ironia. Ingrediente indispensabile per prenderci (prendermi) affettuosamente in giro insieme ai personaggi raccontati. E soprattutto per fare in modo che, fra una risata e l’altra, ci si accorga solo agli applausi che quelle simpatiche canaglie sul palcoscenico in realtà non siamo altro che noi!  (Daniele Falleri)IMG_6190