Al Piccolo Teatro di Milano Pippo Delbono in ‘Vangelo’

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Vangelo è un lavoro corale, creato a Zagabria con l’orchestra, il coro, i danzatori e gli attori del Teatro Nazionale Croato insieme agli attori della compagnia che da anni segue Pippo Delbono.1vangelo-di-pippo-delbono-foto-di-maria-bratos-03-u43140978317097jbi-518x290corriere-print-knse-u431409913557344zh-1224x916corriere-web-roma-593x443

Pippo Delbono da molti anni abita la scena come luogo di ricerca, lavorando negli spazi fertili tra pubblico e personale, tra autobiografia e storia. Vangelo segna un nuovo passo in questo percorso sovrapponendo, sul tracciato musicale di un compositore, Enzo Avitabile, che abita da sempre geografie sonore liminari, un’esperienza artistica intensamente collettiva con un’esperienza umana tragicamente collettiva, quella della guerra. Lo spettacolo si nutre della memoria forte degli attori che hanno attraversato una guerra che ha cambiato la storia, i luoghi e i confini del loro paese. Confini che, proprio durante la creazione di Vangelo, sono stati sconvolti dall’arrivo di diecimila persone tra donne, uomini e bambini alla ricerca disperata di una terra promessa.

Pippo Delbono
Pippo Delbono

Qualche giorno prima di morire mia madre, fervente cattolica, mi ha detto: “Perché non fai uno spettacolo sul Vangelo? Così dai un messaggio d’amore. C’è n’è così tanto bisogno di questi tempi”. Così ho iniziato a filmare e a fotografare le immagini che ho incontrato nei miei viaggi. Immagini di Madonne, di Cristi, di martiri. Ovunque ho visto Cristi dai volti dolorosi, seri. Molto poco ho visto la gioia nei loro volti. Mi sono sentito come in prigione. E così mi sono perduto, come faccio sempre quando costruisco i miei spettacoli, dimenticando quel Vangelo, o forse portandomi dietro di quel Vangelo solo il nome. Sono finito a incontrare persone che erano arrivate in mare dall’Africa e dal Medio Oriente, attraversando oceani ma anche deserti, frontiere, carceri, muri. Ho incontrato anche degli zingari, che abitavano in luoghi di totale degradazione e ho iniziato a stare con quei profughi, a conoscerli, a condividere con loro la vita. Li ho ospitati da me, e loro mi hanno ospitato nel loro centro di accoglienza. Abbiamo condiviso le storie, il cibo, il tempo. Ho iniziato a cercare paesaggi, mari, tramonti, cieli che mi raccontassero miracoli, luce. Poi mi sono trovato a guardare per dieci giorni un crocifisso appeso a un muro bianco, io, inchiodato in un letto di ospedale per una malattia agli occhi. Vedevo doppio e cercavo di mettere a fuoco quell’immagine davanti a me. Vagavo per i corridoi dell’ospedale, cercando di raccontare quel mio disperato e grottesco vedere doppio. Come vedo doppio, disperato e grottesco questo tempo che attraversiamo, dove non riconosci più il vero dal falso, il reale dall’irreale, dove l’esasperazione del moderno ci ha fatto dimenticare qualcosa di sacro, di antico. Alla fine mi sono rimaste dentro quelle immagini, quelle voci, quei suoni, quegli echi, quei silenzi sentiti nei campi di zingari e di profughi, nelle corsie d’ospedale, ma anche quella forza vitale, quella inspiegabile gioia trovata nei luoghi deputati al dolore. (Pippo Delbono)

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Lo spettacolo è in scena a Milano al Piccolo Teatro Strehler dall’8 al 13 novembre 2016. (R.B.)

Delbono, Escobar e Don Colmegna
Delbono, Escobar e Don Colmegna