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Al cinema ‘Parigi, tutto in una notte’, con Valeria Bruni Tedeschi

Distribuito da Academy Two è uscito nelle sale italiane il film Parigi, tutto in una notte (La fracture), diretto da Catherine Corsini, con Valeria Bruni Tedeschi, Marina Foïs, Pio Marmaï. Il film è stato candidato a 6 premi César.

Sinossi

Raf (Valeria Bruni Tedeschi) e Julie (Marina Foïs), una coppia sull’orlo della rottura, si ritrovano in un affollatissimo pronto soccorso la sera dopo un’importante manifestazione di protesta dei gilet gialli a Parigi. L’incontro con Yann (Pio Marmaï), un manifestante ferito e arrabbiato, manderà in frantumi le loro certezze e i loro pregiudizi. Sarà una lunga notte…

Valeria Bruni Tedeschi e Marina Foïs

Intervista alla regista Catherine Corsini

La Belle Saison e Un amour impossible sono film ambientati in altre epoche. Con Parigi, tutto in una notte, lei ritorna a occuparsi del tempo presente e a parlare di temi di attualità, come le proteste dei Gilet gialli…

Dopo questi due film ambientati in altre epoche che trattavano di femminismo e incesto, volevo fare un film che parlasse di questioni di attualità scottanti, di quello che succede nel mondo di oggi, incluse le sue divisioni sociali ma non ero sicura del modo in cui affrontare queste tematiche. Come potevo rendere drammaturgicamente quello che stava succedendo? Sarei stata in grado di fare un film politico senza usare l’approccio duro dell’attivista? Quale prospettiva dovevo adottare? Come fare le riprese? Durante tutta la produzione di questo film, ho pensato molto all’approccio, farsesco e al tempo stesso profondo, che Nanni Moretti usa per comunicare le sue convinzioni politiche. Stavo cercando una trama narrativa proprio quando ha avuto inizio il movimento dei gilet gialli.

Perché ha scelto un ospedale per ambientare una storia di frattura sociale?

Quando sono svenuta e mi sono ritrovata al Pronto Soccorso dell’Ospedale Lariboisière, il primo dicembre del 2018, ho capito che avevo trovato l’espediente narrativo giusto per il film e per collegarmi al clima sociale odierno.
Per tutta la notte ho seguito attentamente il modo in cui veniva gestita l’attività dell’ospedale, ho osservato il personale stremato e schiacciato da un carico di lavoro eccessivo, il personale era attento ed empatico nei confronti dei pazienti, ma non poteva permettersi di essere anche gentile; ho studiato i pazienti assembrati nella sala d’attesa, in shock, sconvolti, o bisognosi di qualcuno che li ascoltasse… La situazione è ancora più marcata all’Ospedale Lariboisière, che si trova vicino alla stazione ferroviaria e soccorre persone in condizioni di povertà, individui di passaggio, tossicodipendenti, persone con disturbi psichiatrici, minori non accompagnati…
Dopo questa esperienza, ho pensato che l’ambiente di un pronto soccorso fosse il posto che mi serviva per raccontare la storia che avevo in mente. Far incontrare una coppia al femminile dell’alta borghesia in un ambiente in cui sono presenti persone di tutti i ceti sociali poteva generare dibattiti e attriti e ritrarre i contrasti e le divisioni della società.

Come ha diretto la coppia nel film?

Ho cercato di creare una certa distanza estrapolando la situazione che Elisabeth (la mia produttrice) ed io abbiamo vissuto in quella notte al Pronto Soccorso. In ultima analisi ho capito che il film sarebbe sempre stato qualcosa a metà fra un documentario e una fiction. Non ho esposto la mia famiglia per narcisismo ma perché questo mi permetteva di affrontare questioni politiche.
Non ho neanche tentato di farci apparire in una luce positiva, volevo portare a galla la nostra cattiva coscienza, le nostre contraddizioni e la nostra pigrizia nei confronti delle manifestazioni di protesta.
Non potevo identificarmi con un gilet giallo, o con un’infermiera, ma potevo parlare di loro dal luogo in cui avevo ambientato film. Volevo spingermi oltre la mia zona di comfort e attraverso la coppia di protagoniste, volevo prendere in giro una generazione di attivisti che un tempo credevano nella rivoluzione ma che ora trovano la nuova rivoluzione “un po’ troppo violenta”!

Come ha scritto il personaggio di Yann?

Mi è stato di grande ispirazione il documentario Middle Class, Lives on the Line, realizzato ben prima dell’inizio del movimento dei gilet gialli. Questo documentario di Frédéric Brunnquell racconta come le persone possano essere risucchiate nella povertà dopo la perdita del lavoro. Le loro vite erano più o meno finanziariamente sostenibili e poi, tutto d’un tratto, vengono capovolte.
Ho anche ascoltato le testimonianze dei gilet gialli nel magnifico programma radiofonico di Sonia Kronlund, Les pieds sur terre. Testimonianze scioccanti di persone che sono uscite in piazza per dimostrare con grande candore e che sono state ferite da granate e proiettili di gomma… Ho provato un grande senso di empatia. Ti rendevi conto che non si trattava di delinquenti, né di pazzi isterici che volevano la testa di Macron. Erano usciti a manifestare per le loro convinzioni, le loro richieste erano estremamente logiche e legittime, non chiedevano semplicemente un piccolo bonus finanziario. Le loro richieste di giustizia sociale erano profonde e motivate dalla sofferenza di fronte ad un mondo che ci sta sfuggendo di mano… Volevo affrontare questa realtà e parlarne attraverso il personaggio di Yann. Yann ama il suo lavoro, ma non riesce a sbarcare il lunario. Vuole dire la sua, come tanti gilet gialli, farsi ascoltare. Dopo che resta ferito, il suo unico obiettivo è ritornare al lavoro. La situazione è doppiamente punitiva per lui: è stato ferito e rischia di perdere il suo lavoro.

Il film comunica una sensazione di estrema tensione…

Il fatto che le riprese si siano svolte durante la crisi sanitaria e il secondo lockdown hanno attribuito al film una particolare energia. Avevamo tutti paura che le riprese sarebbero state interrotte a causa del Covid o delle nuove ordinanze del governo quindi ogni giorno era una sfida. Inoltre, era la prima volta che facevo le riprese su un unico set, tendo a fare film che si spostano da un set all’altro!
Lo spazio confinato del pronto soccorso è una sorta di microcosmo in cui niente si ferma mai. Devi prenderti cura delle persone e al tempo stesso le persone devono aspettare. E come fai a riprendere quell’attesa senza fare annoiare gli spettatori? Ho provato ad essere sempre in movimento anche restando nello stesso posto. Volevo catturare il cuore pulsante dell’ospedale dove sappiamo che qualsiasi cosa può succedere nel giro di pochi minuti. Anche nelle riprese in campo-controcampo, con Julie e Raf sdraiate sulla barella, volevo che fosse sempre tutto in movimento, volevo fare in modo che la telecamera decostruisse la ripresa per catturare la tensione di quello che sarebbe potuto succedere.
Non c’è mai un momento di pace in un pronto soccorso, c’è sempre qualcuno che inizia a gridare, un medico che passa, barelle, sirene che suonano…

Questa è la prima volta che ha effettuato riprese con una camera a spalla.

Sì, ho cambiato le mie abitudini. Ho fatto pochissime prove con gli attori e ho girato scene molto lunghe con la camera a spalla. Questo è il quarto film che ho girato con la direttrice della fotografia Jeanne Lapoirie, quindi avevo una completa fiducia in lei e sono stata in grado di lasciarla filmare senza interruzioni. Tutto ad un tratto, era come se Jeanne, gli attori e io stessa ci stessimo muovendo nello stesso modo, stessimo pensando allo stesso modo. Eravamo sul set come se fossimo in un ring di pugilato. Abbiamo fatto molte riprese ma ogni ripresa era diversa dalle altre. L’idea era quella di sorprendere noi stessi, era un modo per tenere alta la tensione e assicurarci di essere sempre tutti coinvolti comprese le comparse.
Abbiamo girato moltissimi giornalieri, questo ha permesso al montatore Frédéric Baillehaiche di tenere alto il ritmo della narrazione e rendere il film dinamico. In An Impossible Love dovevamo scandire lo scorrere del tempo sui protagonisti. Qui invece dovevamo passare il testimone a tutti: fare quasi in modo, ad un certo punto, di dimenticarci delle nostre protagoniste principali, passare il testimone ad altri personaggi e poi ritornare a loro… Lavoravamo costantemente alla relazione fra storia, personaggi e azione. Si tratta davvero di un film fatto di emozioni e ritmo e più serravamo il ritmo più l’ambiente dell’ospedale diventava reale.

Dove si sono svolte le riprese?

È stata una cosa complicata. Eravamo appena usciti dal primo lockdown ed era impossibile fare le riprese in un vero ospedale, vista la situazione sanitaria. Siamo riusciti a trovare un edificio disponibile, una fabbrica vuota alla periferia di Parigi. Era come un finto studio cinematografico. Il mio riferimento era l’ospedale Lariboisière con le sue mille estensioni e le sue condizioni fatiscenti. Il mio scenografo (Toma Baqueni) e il suo intero team hanno fatto un lavoro straordinario nel ricreare la realtà dell’ospedale.
Da parte mia, ho registrato i suoni dell’ospedale che a volte riproducevo prima di una ripresa, in modo che potessimo avere un senso dell’ambiente visto che la nostra location era vuota.
Il montaggio del suono è riuscito a ricreare completamente la dimensione di veridicità dell’ospedale. L’andirivieni sullo sfondo, le urla, le sirene… I suoni fuori campo hanno dato una maggiore profondità all’ambientazione.

In francese diciamo che l’umorismo rappresenta il lato educato della disperazione. Nel suo film, si potrebbe dire che l’umorismo rappresenta l’urgenza della disperazione.

Tutti gli infermieri che ho incontrato mi hanno detto che ridono molto insieme. Hanno bisogno di questo umorismo catartico per affrontare e sopportare cose che sono a volte molto difficili da accettare.
Era complesso trovare il giusto tono e il giusto equilibrio per il film che si muove sulla linea sottile che separa la commedia dal dramma umano e sociale, mescolando documentario e fiction. Ho pensato molto alle taglienti commedie politiche di Ken Loach, come Piovono pietre.

Come è andato il casting del personale sanitario?

Il mio desiderio era lavorare con dei veri professionisti sanitari. Durante il periodo del lockdown, era molto difficile incontrarsi per fare dei provini. La mia direttrice del casting Julie Allione era riuscita ad ottenere oltre 300 risposte. Abbiamo incontrato tutti, dapprima in gruppi. Li abbiamo fatti parlare delle loro condizioni lavorative, del periodo che stavano passando e così via. Ascoltandoli ho capito che la pandemia non aveva fatto che accentuare e sottolineare una situazione che era già catastrofica da anni. Non va dimenticato il modo in cui il personale infermieristico viene poco considerato e deve affrontare una crescente ostilità da parte degli stessi pazienti. Poi abbiamo continuato con un processo di selezione e abbiamo tenuto le persone che sembravano più autentiche per i ruoli che mancavano. Lavorare con vero personale sanitario mi ha permesso di girare le scene con la massima accuratezza. La loro velocità, il loro modo di usare le apparecchiature mediche, tutto questo porta nel film una parte della vita e dell’operatività dell’ospedale e soprattutto l’impegno del personale. Il lavoro di queste persone legittima il film.

Neanche Aissatou Diallo Sagna che interpreta l’infermiera Kim è un’attrice professionista!

No. All’inizio avevo pensato di usare un’attrice perché c’erano situazioni veramente difficili da interpretare ma ho capito che gli attori non si muovevano nel modo giusto e accanto agli infermieri sembravano fuori posto.
Quando è arrivata Aïssatou sono rimasta subito colpita ma ero anche dubbiosa, perché non sapevo se sarei riuscita a far funzionare le cose. Non avevo mai lavorato con attori non professionisti e lei era anche molto riservata, molto timida. Così, abbiamo condotto alcune sessioni di lavoro separate dalla sceneggiatura. A poco a poco l’ho vista lasciarsi andare e diventare un’attrice e capire come lavorare con le sue emozioni. Sono stata incredibilmente fortunata di essere in grado di guardarla rivelarsi a se stessa durante la preparazione e poi le riprese.
Aïssatou in realtà è solo un’assistente infermiera. Affidandole il ruolo di infermiera le ho chiesto di fare cose più tecniche rispetto alla sua consueta esperienza lavorativa. Era come se il film le avesse dato una promozione professionale! Ma al di là del suo ruolo mi ha sorpresa con la sua capacità di interpretazione. Ha imparato rapidamente a sentirsi a suo agio con gli altri attori e soprattutto è riuscita a dotare il suo personaggio di una rara umanità

Come ha scelto Valeria Bruni-Tedesschi e Marina Foïs per interpretare la coppia protagonista?

Non ho mai cercato somiglianze fisiche ma piuttosto una qualche forma di corrispondenza, una similarità di sintonia, di sensazione emotiva. Mi piacciono la precisione, la velocità e l’intelligenza di Marina Foïs. Riesce a dare il ritmo perfetto al ping-pong dialettico fra lei e Valeria, cosa che rende così comica questa coppia. Anche in mezzo al caos, lei resta concreta, con i piedi ben piantati per terra ed è questo che cercavo per quel ruolo. Ma sotto la sua solidità c’è anche una fragilità, una sensibilità nascosta. Il suo personaggio dà un contesto alla coppia e al caos della situazione.
Quanto a Valeria, è successo svariate volte che non siamo riuscite a lavorare insieme per un soffio ed entrambe volevamo che questa fosse la volta buona. Dal modo in cui riesce a dare vita alla ripresa posso vedere che Valeria è una vera regista. Anche mentre si trova sdraiata sulla barella riesce a creare azione! Sa come creare il caos, accetta i rischi dell’improvvisazione. Mi rubava le cose e questo mi divertiva molto. Non si fa illusioni sul modo in cui potrebbe essere percepita dalle persone ma quando si tratta di lei prevalgono sempre l’eccesso e la gioia della recitazione, è molto creativa.

E perché la scelta di Pio Marmaï per il ruolo di Yann?

Perché ho scritto il ruolo espressamente per lui. Pio è un attore fisico. Volevo esplorare la sua energia così simile a quella di Patrick Dewaere. Pio si è immerso nel ruolo, lo ha fatto suo. In un attimo era Yann. Mi ha colpito con il suo impegno costante, è un attore che lavora moltissimo, molto preciso con il testo, un attore vivo e vibrante. Quando arriva su un set porta con sé un’energia straordinaria.
Per queste riprese la sceneggiatura era molto asciutta ma gli ho lasciato spazio per l’improvvisazione. Diversamente dal caso di La Belle Saison e Un amour impossible, in cui era difficile deviare dai dialoghi della sceneggiatura perché i film erano ambientati in un’altra epoca e quindi non si poteva usare un linguaggio contemporaneo, in questo film gli attori potevano improvvisare. E l’improvvisazione aggiunge un tocco di originalità e permette di rendere meno rigida la relazione con il tuo partner, di correre dei rischi. Ed è anche un rischio per il film, un rischio che bisogna saper correre.

La Belle Saison parlava di un periodo gioioso di rivoluzione sessuale e raccontava una storia d’amore. In Parigi, tutto in una notte la crisi sociale diventa anche la metafora di una crisi relazionale…

Volevo amplificare entrambe le sfere, quella sociale e quella intima. La crisi dei gilet gialli ha spinto la società a porsi delle domande. I miei personaggi principali hanno forse una vita confortevole, ma la loro relazione non lo è altrettanto. È bastato un evento come una caduta e la conseguente notte in ospedale, perché le cose fossero improvvisamente messe in una diversa prospettiva. Quando Julie, durante la situazione di crisi con gli ostaggi, si ritrova lei stessa dietro la porta, impotente è inevitabile che si domandi quanto davvero le stia a cuore Raf.
C’è anche l’angoscia per quello che potrebbe essere accaduto a suo figlio. E poi l’incontro casuale con un vecchio compagno del liceo che le ricorda la sua vecchia vita, le sue origini provinciali. Non si può cambiare radicalmente nel giro di una notte ma una notte basta per percepire le cose. Nel film ogni personaggio approda a quello che potrebbe essere un posto più vero nella propria vita.

Il vecchio amico del liceo, che da anni è innamorato di sua moglie, rischia di innamorarsi ora di Elodie…

Sì, all’improvviso si ha la sensazione che sia commosso, turbato. Fra le testimonianze dei gilet gialli, ho sentito parecchie donne dire che gli incontri alle rotatorie stradali hanno permesso loro di uscire di casa, di staccarsi dalla loro routine davanti al televisore. Alcune hanno incontrato amanti…
Negli altri miei film, il romanticismo permea l’intera pellicola. Qui invece opera a piccoli tocchi, ma erano importanti per me questi piccoli tocchi che conferiscono ad ogni personaggio una certa dose di romanticismo.

Il personaggio del poliziotto antisommossa delle Compagnies Républicaines de Sécurité è rivelatore della sua relazione con i personaggi. Il poliziotto sta dall’altra parte della barricata, è presente solo in una scena ma capiamo che potrebbe essere uno dei suoi personaggi principali…

L’ispirazione per questa scena mi è venuta ripensando alla storia di uno dei miei antenati. Viveva in Germania, aveva un amico tedesco e quando tornò a lottare a fianco dei francesi, durante la Prima Guerra Mondiale, aveva paura della possibilità di trovarsi di fronte l’amico e doverlo uccidere. Persone comuni normalmente dalla stessa parte, vengono ad un tratto costrette a scontrarsi, vengono sfruttate e si ritrovano faccia a faccia in una guerra assurda.
Il poliziotto antisommossa crede negli ordini che gli vengono dati ma quando si ritrova faccia a faccia con Yann, quando entrambi si guardano negli occhi e si vedono uguali, il poliziotto non può fare a meno di lasciar scappare Yann. Credo in quei momenti di illuminazione che ti fanno improvvisamente capire che si è uguali. È quello di cui parla Yann all’inizio del film.

Le relazioni fra le diverse classi sociali sono un tema costante nei suoi film. Cambia qualcosa parlarne oggi, nel contesto di una crisi sociale?

Quando fai un film ambientato in un’altra epoca hai il vantaggio di poter vedere quell’epoca con il senno del poi, con l’aiuto di tempo, analisi e statistiche. Quando sei nel bel mezzo di una crisi non è affatto la stessa cosa. Ma per quanto riguarda la crisi dei gilet gialli che è scoppiata nel 2018, era già da tempo che queste persone si sentivano emarginate, sentivano la divisione fra Parigi e la provincia. Sentiamo parlare di questa frattura sociale dal 1998. Il movimento dei gilet gialli è la continuazione di altri movimenti storici che sono stati repressi ferocemente, come quello della Comune di Parigi. Questi movimenti esprimono un sentimento che ha radici popolari e che potrebbe a volte sembrare populista ma rappresenta semplicemente la reazione all’ingiustizia e la rabbia che deriva dal non sentirsi rispettati e ascoltati.

L’ospedale è un luogo utopico di democrazia dove tutti, ciascuno con la propria malattia o con le proprie ferite, vengono ascoltati da un personale sovraccarico di lavoro e pagato male.
Parigi, tutto in una notte ha inizio con Yann da una parte, un camionista e Raf e Julie dall’altra, nel loro arredamento borghese e bohemienne. Poi finiscono tutti all’ospedale e incontriamo il personaggio di Kim. Dapprima la scorgiamo ai margini della scena mentre svolge il suo lavoro, poi scopriamo qualcosa di più su di lei e piano piano, senza che ce ne accorgiamo, inizia ad occupare sempre più spazio. Attraverso la sua figura l’ospedale stesso diventa silenziosamente il personaggio principale. Kim era in effetti al centro della mia attenzione, era molto importante che il film si spostasse su di lei, fino a regalarle poi l’ultima ripresa…

Il film in effetti finisce proprio con un’inquadratura del volto di Kim…

Julie e Raf ritornano alla loro vita agiata – o almeno alla vita che hanno scelto, quella vita che non sono costrette a sopportare – le vediamo andare via insieme mentre l’ambulanza ci riporta al flusso costante dell’ospedale, con Yann e Kim che restano ancora al lato di questa società sofferente che come evidenziato nel titolo francese del film La Fracture, è appunto fratturata, divisa ma al tempo stesso animata da un desiderio di riconciliazione. Potrebbe sembrare un po’ utopico e ingenuo ma volevo realizzare un film che rispecchiasse il mio sentimento verso la nostra società, il mio auspicio, quello che vorrei che diventasse: una società aperta piuttosto che respingente, arroccata su una posizione di potere. Volevo dare una possibilità all’idea di un futuro più umano, democratico e rispettoso. (R.B.)

La regista Catherine Corsini

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