Al cinema “E’ andato tutto bene”, il nuovo film di François Ozon

0
112

Dopo essere stato presentato al Festival di Cannes, arriva il 13 gennaio 2022 sugli schermi italiani il nuovo film di François Ozon E’ andato tutto bene, tratto dall’omonimo romanzo di Emmanuèle Bernheim, interpretato da Sophie Marceau, André Dussollier, Géraldine Pailhas, Charlotte Rampling, Hanna Schygulla, Eric Caravaca.

Géraldine Pailhas, François Ozon, Charlotte Rampling, Sophie Marceau

SINOSSI

André ha 85 anni ed è stato un cattivo padre. Ma è anche un uomo carismatico, dalla vita sentimentale brillante e burrascosa, curioso di tutto, un profondo amante della vita. Quando si ammala, la figlia Emmanuèle si precipita ad aiutarlo, ma André le fa un’ultima, difficile richiesta. Come può una figlia dire no al proprio padre?

INTERVISTA CON FRANÇOIS OZON

Come ha incontrato Emmanuèle Bernheim?

Ho incontrato Emmanuèle nel 2000, tramite Dominique Besnehard, che all’epoca era il mio agente. Avevo girato i primi quindici minuti di Sotto la sabbia e le riprese erano ferme per problemi produttivi e finanziari. Non eravamo convinti né della sceneggiatura né delle scene girate. Dominique mi suggerì di incontrare una scrittrice che non conoscevo Emmanuèle Bernheim, per una ristesura della sceneggiatura. Pensava che sarebbe stata la persona giusta e aveva ragione: si creò subito una sintonia tra di noi e in seguito diventammo amici. Avevamo gusti simili per quanto riguardava i film, gli attori e la loro fisicità e mi innamorai del suo stile di scrittura molto fisico, “ridotto all’ osso” per usare la sua espressione, uno stile che era simile a quello usato per scrivere le sceneggiature.

Quale è stata la sua reazione quando ha letto È andato tutto bene?

Mi ha inviato la bozza di stampa e mi sono commosso nello scoprire e nel condividere la sua esperienza con suo padre. Ho amato il ritmo, il tono, l’accelerazione finale, la suspense che lo rende quasi un romanzo giallo e l’ambiguo e ambivalente sollievo delle due sorelle per aver compiuto la loro “missione”. Emmanuèle mi chiese se fossi interessato ad adattare il libro per il cinema. Ero sicuro che sarebbe potuto diventare un bellissimo film ma era una storia talmente sua che in quel momento particolare della mia vita, non riuscivo a vedere come avrei potuto farla diventare mia. Diversi registi mostrarono interesse per il libro e ci furono svariate offerte per i diritti. Lei mi tenne informato fino alla proposta di Alain Cavalier che sfortunatamente non fu in grado di realizzare il film perché Emmanuèle si ammalò di cancro. Cavalier riuscì comunque a tirare fuori da quell’esperienza nel 2019 un bellissimo documentario, Living and Knowing You Are Alive (Être vivant et le savoir).

Che cosa l’ha spinta ad adattarlo adesso?

La morte di Emmanuèle, la sua assenza, mi hanno fatto desiderare di essere ancora con lei. E forse anche, a livello personale, mi sono sentito pronto a tuffarmi nella sua storia. Mi è successo spesso con i libri che ho adattato che avessi bisogno di tempo per lasciarli maturare, per scoprire come farli miei. E volevo lavorare con Sophie Marceau. Ho pensato a lei per diversi miei film e ci siamo incrociati spesso ma non siamo mai venuti a capo di nulla. Intuitivamente sentivo che questo era finalmente il momento giusto, il progetto giusto. Così le ho mandato il libro di Emmanuèle di cui lei si è innamorata. E ho iniziato a scrivere la sceneggiatura.

Lei sta esplorando un problema sociale in questo film come ha fatto con Grazie a Dio ma il suo approccio questa volta è molto diverso. Qui sta usando un’angolazione più intima.
In Grazie a Dio sono partito da un’esperienza personale, ma il film si è subito allargato ad esplorare l’esperienza di un gruppo e l’aspetto politico dell’argomento. Qui, mi focalizzo sull’esperienza personale di Emmanuèle. Il film non diventa mai un dibattito sull’eutanasia. Ovviamente siamo tutti spinti a esplorare i nostri sentimenti e le nostre domande sulla morte ma quello che mi interessava sopra ogni altra cosa era la relazione fra il padre e le figlie. Nel raccontare questa storia ho sentito il grande stress che Emmanuèle deve aver provato nell’affrontare una società che non ci permette di organizzare una morte desiderata in un modo legale e strutturato. Non credo che i figli o i cari della persona che desidera morire dovrebbero caricarsi di questo fardello con il senso di colpa che lo accompagna.

Come ha fatto ad adattare il libro?

Emmanuèle descrive le azioni in modo comportamentista. Il libro è pieno di dialoghi e discussioni quindi adattarlo è stato piuttosto semplice. Ma c’erano dei buchi nella storia, intuivo cosa potesse mancare ma non ne ero completamente sicuro. Così, proprio come ho fatto in Grazie a Dio, ho iniziato un’indagine personale, principalmente con i protagonisti della storia ancora in vita: il compagno di Emmanuèle, Serge Toubiana e la sorella Pascale Bernheim. C’era un’assenza lampante nel libro di informazioni su Claude de Soria, la madre di Emmanuèle. L’unico punto debole del libro. Di questa madre sappiamo solo che era molto malata e cronicamente depressa.

Dal film veniamo a sapere che è un’artista.

Sono venuto a saperlo piuttosto tardi, dopo la morte di Emmanuèle. Claude de Soria era una scultrice importante, conosciuta nel mondo dell’arte. Fui sorpreso di sapere che c’era un’altra artista in famiglia oltre ad Emmanuèle. Pascale Bernheim mi diede un libro su sua madre e mi mostrò le sue opere e un documentario dove la vediamo lavorare con il cemento. Claude de Soria non intellettualizza né concettualizza mai le sue opere. Le evoca concretamente in termini organici, materiali. Emmanuèle faceva la stessa cosa con la sua scrittura. Il suo primo libro si intitola Il coltello a serramanico (Le Cran d’arrêt). Non ho potuto fare a meno di notare un riferimento alle sculture di Claude de Soria che hanno l’aspetto di coltelli o lame. Questo tramandarsi di immagini nelle loro opere ha nutrito la mia immaginazione relativamente alla famiglia e ha reso ancora più interessante il rifiuto di Emmanuèle che in casa non ha neppure una delle opere di sua madre.

Un’altra storia nel libro: l’enigmatico G.M. che nel film si chiama Gérard.

Nel libro tutti i personaggi hanno un nome definito ad eccezione del misterioso G.M che era l’amante di André. Non è mai piaciuto alle sorelle e questo era il loro nome in codice per lui: G.M. ovvero “grosse merde”. Emmanuèle era preoccupata da come avrebbe reagito e per questo non lo ha nominato nel libro e ha anche cambiato il suo nome. Emmanuèle e sua sorella erano convinte che fosse stato lui a denunciarle alla polizia ed erano furiose. Per colpa sua sarebbe stato impossibile per loro accompagnare il padre in Svizzera. Ero affascinato e divertito da questo personaggio che non ho mai incontrato. Immaginavo che Gérard amasse sinceramente André e volesse salvarlo. Nel film Emmanuèle difende Gérard affermando che si era rivolto alla polizia spinto dall’amore.

François Ozon e Sophie Marceau

È da tempo che lei desiderava lavorare con Sophie Marceau.

Sophie Marceau è un’attrice della mia generazione. In un certo senso sono cresciuto con lei e mi ha sempre interessato.
Mi è piaciuto filmarla ora che è poco più che cinquantenne. Questo film è una sorta di documentario su di lei allo stesso modo in cui Sotto la sabbia lo è stato su Charlotte Rampling. Non finge mai. È là, presente, accoglie le sensazioni ed esprime la propria sensibilità. In cucina con Serge, alla fine crolla e si rifugia fra le sue braccia. Non avevo scritto la scena in quel modo. Non volevo che piangesse, volevo risparmiare le sue emozioni per la scena della telefonata con la signora svizzera. Ma Sophie ha sentito la cosa diversamente e aveva ragione.

Ci parli della scelta di André Dussollier per interpretare “il vecchio incorreggibile”

Adoro André nei film di Alain Resnais. E in Il bel matrimonio di Rohmer. È rimasto subito entusiasta della storia e ha capito immediatamente il personaggio. Gli piaceva il suo umorismo impassibile, inglese e ha contribuito al suo ruolo con una deliziosa sfacciataggine. Gli ho mostrato dei filmati di André Bernheim in modo che potesse trarre ispirazione dalla sua personalità e dal suo modo di parlare. Il libro era molto preciso e abbiamo anche incontrato dei medici che ci hanno spiegato le diverse fasi delle conseguenze di un ictus per rendere l’interpretazione il più realistica possibile. La precisione di André, la sua ossessione per la credibilità della sua interpretazione, il suo modo di parlare, sono tutti elementi che hanno contribuito a perfezionare il personaggio. Non aveva timori per quanto riguarda la sua immagine – ci ha permesso di radergli la testa e di deformare il suo volto con una protesi. Gli ho detto, “Quando il pubblico vede André per la prima volta deve essere scioccato e non credere che sei tu.” Volevo che la paralisi di André fosse pronunciata fin dall’inizio. Man mano che si avvicina alla morte la paralisi diminuisce e la verve e la gioia di vivere di André ritornano. (R.B.)